venerdì 19 febbraio 2010

satisfaction

“Scegliete la vita; scegliete un lavoro scegliete una carriera, scegliete un maxi televisore del cazzo, scegliete lavatrice macchine lettori cd e apriscatole elettrici; scegliete la buona salute il colesterolo basso e la polizza vita, scegliete un mutuo ad interessi fissi scegliete una prima casa, scegliete gli amici; scegliete una moda casual e le valige in tinta, scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo, scegliete il fai da te e chiedetevi chi cazzo siete la domenica mattina; scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo d' imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi. Scegliete un futuro scegliete la vita, ma perché dovrei fare una cosa cosi? Io ho scelto di non scegliere la vita…”

Irwin Welsh, Trainspotting

martedì 26 gennaio 2010

quando il tempo impazzì


In principio, fu il giorno.
Poi, la notte.
Andò avanti così per un po'.
Il Tempo e lo Spazio, per gli amici Kronos e Vector, vivevano insieme,  in un loft sul monte Olimpo, soli ma felici, indisturbati e innamorati.
Vector era sempre in movimento, andava in giro per i boschi, preparava succulenti pranzetti a base di geometria euclidea ed era sempre pieno di entusiasmo. Kronos preferiva la vita contemplativa, amava la lettura e passava ore a guardare fuori dalla finestra.
Un triste giorno, Kronos si svegliò e non trovo più Vector al suo fianco.
-Dove sei finito, Vector? gridò piuttosto adirato.
-Sono partito. Quel loft era troppo piccolo per noi due. Avevo bisogno di spazio.
-Ma tu sei lo spazio, idiota.
-Appunto. Ho deciso che per essere felice, dovevo essere dappertutto, e contemporaneamente da nessuna parte.
-Va bene, come vuoi. Contento tu... concluse Kronos, cercando con falsa noncuranza di dissimulare un palese disappunto. -Tanto, io sto bene anche da solo.
Da quel momento Kronos tacque. Le giornate senza Vector non erano più le stesse, ammise a sé stesso. Non che si annoiasse, sapeva di essere un vecchio burbero e l'idea di finire in uno di quei party per titani, così rumorosi e vuoti, gli aveva sempre fatto un certo ribrezzo.
Gli piaceva la compagnia di quel simpatico casinista di Vector, anche se lasciava sempre i vestiti piegati male sulla sedia o appallottolati in cucina. E mai una volta che lavasse i piatti, per Zeus!
-Devo assolutamente trovare un modo per appagare i miei bisogni sociali! -si disse un giorno.
L'idea gli venne, naturalmente, guardando fuori dalla finestra, attività che occupava una grossa fetta delle sue giornate. Si comprò un binocolo, e si mise a osservare quei curiosi esserini che si muovevano sul prato.
Erano davvero strani.

Kronos aveva sempre guardato a quel popolo bizzarro e sottosviluppato con un sentimento di superbo disinteresse. Davanti a lui, quegli insetti erano tutti uguali. Con le loro piccole vite, tutte identiche da secoli, nascita e morte, veglia e sonno, lavoro e riposo. Per non parlare delle loro ridicole necessità corporali! Introdurre solidi e liquidi nel proprio corpo erano attività di per sé umilianti, ma espellerli era davvero il colmo della volgarità. Ricacciò con un brivido di turbamento  il pensiero dei loro accoppiamenti.

Ora che li osservava con il binocolo però, contrariamente a quanto si sarebbe aspettato, iniziava ad apprezzare le diversità, le peculiarità di ciascuno. Rimase talmente conquistato dalla magia della varietà umana, che si sentì in colpa per non essersi mai curato della loro esistenza.

Decise così di chiamare la Fretta, sua vecchia conoscente, per condividere con lei quelle riflessioni. La Fretta era un essere meraviglioso, dotato di una bellezza sfuggente e imperfetta, ma assolutamente sensuale. Kronos le espresse le sue perplessità sul genere umano davanti a un bicchiere di annata, ma lei pareva non ascoltarlo. Lo guardava con aria maliziosa, cominciò immediatamente a fargli delle avances e nel giro di un orologio lo sedusse, naturalmente saltando i preliminari.
Kronos non apprezzò affatto quest'ultimo particolare. Di solito era lui a consumare, in quell'occasione era stato consumato. Si sentiva usato. Non si erano scambiati nemmeno un paio di secondi, per Zeus!

Gli effetti di questo incontro sugli esserini non si fecero attendere.
Il tempo accelerò, sempre di più.
Fu il giorno. Poi la notte. Poi, subito, ancora giorno. Poi notte. Giorno. Notte.
Il sole e la luna si rincorrevano all'infinito. Durava tutto pochissimo.
Non si faceva in tempo a poggiare la testa sul cuscino che si era già svegli. Tutti si scontravano senza posa. Non si arrivava mai in tempo per prendere il pullman. I film al cinema non avevano il tempo di finire che già venivano programmati in TV. Aumentavano a dismisura le donne insoddisfatte.
Una situazione del genere non poteva durare per sempre.
Presto dagli esserini iniziarono a levarsi grida di protesta. Cori e striscioni venivano innalzati contro il tempo, così forti che giunsero fino alle orecchie di Kronos. Questi, ancora alle prese con la Fretta -non sapeva più come sbarazzarsi di quella ninfomane- corse al binocolo e osservò i danni provocati dalla sua distrazione. Uomini stravolti, scomparsa di valori, aziende elettriche in fallimento.
-Fuori di quiiiiiiiiiii, urlò furioso verso la Fretta, lanciando una clessidra verso la maliarda seduttrice. -Dovevo saperlo che era una cattiva consigliera, pensò amareggiato.

Il mondo era al collasso. Gli anni ormai duravano millisecondi. Le imprecazioni della gente non gli arrivavano nemmeno più all'orecchio, se non sotto forma di maledizioni sinaptiche, forma di insulto più veloce dell'universo conosciuto.
Fu in quel momento che Kronos si sentì veramente molto triste.

Stava quasi per piangere dei propri fallimenti, quando bussarono alla porta.
-Toc toc
-Chi è?
-Scusi, il Ritardo.
-No prego entri pure, nemmeno la aspettavo. Vuole dirmi chi è?
-Gliel'ho appena detto, il Ritardo.
-Si accomodi.
-Alla buon ora
-Questo dovrei dirlo io, mi perdoni. Piacere, Kronos.
-Salve. Mi chiamo Ritardo. Vengo sempre 10 minuti dopo.

Kronos rimase disgustato dalla battuta, ma quel giovane brillante gli metteva parecchia allegria. Si sfogò degli umani e della Fretta, mentre sgranocchiavano un paio di cronometri. L'atmosfera era decisamente rilassata, informale, da moltissimo tempo Kronos non aveva più provato quella sensazione di serenità.

-Sappi, vecchio titano – disse Ritardo mentre il giorno e la notte riprendevano la loro durata naturale, i treni si scusavano per il disagio, le donne tornavano ad esultare – sappi che anche se adesso mi adori, mi odierai presto, se non vuoi avere figli!!!
-Ma quali figli, stai scherzando? Ho mangiato quelli della mia ex-moglie, inoltre sono certo che sia anatomicamente impossibile.

Quella volta, per la prima volta, il tempo tiranno diede torto a sé stesso.
E il miracolo della vita sfidò le leggi  della vita stessa.
I piccoli ritardatari nacquero, si diffusero e popolarono quello strano pianeta, riportando la pace e l’equilibrio.
Ora che ne conoscete la vera storia, diffidate da chi disprezza i ritardatari, popolo eletto.


venerdì 15 gennaio 2010

bufalismi


Il bene è un caviale di cui non sempre possiamo cibarci.
L'esistenzialismo, un'amante esperta che ci coglie ancora vergini.
Credere, una bussola senza punti cardinali.
La vita, una metafora dell'universo.
La notte, la follia.
Io blu.

crawlers

...and crawling, on the planet´s surface some insects, called the human race.
Lost in time, and lost in space.
And in meaning.

Rocky Horror Picture Show

domenica 3 gennaio 2010

neve

Sarebbe dovuto arrivare a destinazione alle 23.06. L'ultimo treno notturno attraversava le Alpi a velocità sostenuta. Viaggiava solo, come sempre. Il suo sguardo era rivolto al finestrino, dal quale osservava il muretto di pietra che delimitava il percorso ferroviario. Quello scorrere velocissimo, impossibile da catturare in memoria come un'istantanea, e per questo archiviato come una linea continua, sfuggente e infinita, rievocò in lui quella scena di Strade Perdute , in cui i fari di un'auto illuminano la segnaletica di mezzeria di una strada buia, e sembrano portare direttamente all'indefinibile punto di origine dell'oscurità e dell'oblio.

Aldilà del muretto, corposi assembramenti di neve definivano l'esistenza di un territorio circostante che, altrimenti, sembrava essere stato completamente inglobato dal buio.

Il treno rallentò, prima di entrare in una piccola stazione locale. Avvertì un brivido di freddo, non seppe dire se per uno spiffero del finestrino, o perchè l'osservazione di quel paesaggio invernale ne aveva surrogato la percezione sensibile.

Una voce all'altoparlante annunciò il nome del paese, ma quando il treno si fermò non vide nessuno scendere. I minuti passarono, una sottile patina di neve andava ricoprendo i binari, sgombri grazie al continuo traffico ferroviario.

Il controllore venne ad avvertirlo. Il maltempo persistente aveva provocato un inconveniente tecnico alla macchina: vista l'ora e l'impossibilità di proseguire senza un'adeguata riparazione, il treno avrebbe terminato lì il suo percorso. Aggiunse un superfluo “Mi dispiace”.


Una rabbia cieca lo invase, ma delle circa settantamila reazioni nervose che attraversarono il suo cervello in quella frazione di secondo, nessuna raggiunse la lingua materializzandosi in verbo.

Raccolse il suo zainetto, scese nel gelo e iniziò a vagare.

Il paese era squallido. Al centro di una valle, completamente circondato da montagne, sembrava il buco di culo dell'umanità. Un buco dal quale tuttavia era stata sottratta l'umanità, visto che in giro non c'era anima viva. Il bar davanti alla stazione, che in base a una rapida analisi delle dimensioni dell'abitato doveva essere anche l'unico, era naturalmente chiuso. Le luci delle case erano spente, o schermate dalle spesse imposte anch'esse chiuse.

Non aveva un soldo. Nessun cellulare. La meta, beh quella era chiaramente andata a farsi fottere.

Tirò fuori dalla tasca un pacchetto di sigarette mezzo accartocciato, dal quale estrasse ciò che rimaneva di una sigaretta. Cerco l'accendino in tutte le tasche, imprecò in sei lingue poiché sembrava essere misteriosamente scomparso. Alla fine spuntò fuori: era nella prima tasca in cui aveva cercato. Accese con sforzi immani la sigaretta. Aspirò avidamente.

Dopo alcuni minuti, iniziò a sentire l'assideramento svilupparsi dalle punte dei piedi e propagarsi rapidamente verso il resto del corpo. Ma non gliene fregava un cazzo di morire, mentì eroicamente a sé stesso.

Finalmente svenne.

Quando riaprì gli occhi, sperò di non essere in paradiso. Si sarebbe sentito in colpa. Certo nemmeno all'inferno. Non gli piaceva molto soffrire.

Un buon compromesso sarebbe andato bene, come al solito. Un bel purgatorio, né carne né pesce, la sintesi della sua vita. Sì, lo avrebbe apprezzato.

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iperrealtà


Viviamo una realtà in cui i flussi di informazione orientano la percezione della realtà stessa da parte delle persone. Il pluralismo di fonti, se mai è esistito, non c'è più. E' stato rimpiazzato da un pluralismo di media, o meglio da gruppi definiti dall'utilizzo di uno specifico medium. Il prodotto di questa babele è un dibattito caotico e sterile tra opinionizzati acritici, che si muovono all'interno della società rimodellandola secondo gli schemi proposti dalle rispettive fonti di provenienza. Il risultato è un'iperrealtà, in cui il mondo reale è esteso da quello massmediatico. Quest'ultimo, come una protesi che non risponde più al corpo in cui è stata installata, inizia a modificarne le funzioni condizionandone l'essenza.
Gli strumenti comunicativi sono non solo il teatro dello scontro tra gruppi sociali. Ne sono l'oggetto.
COMMENTI:
@dejanna Tutto deve essere ricondotto ad una visione complessa del reale, la realtà non è semplice, e se prima le nostre interpretazioni si complicavano per tentare di capire la realtà intesa come "semplice", adesso, che la realtà stessa si è complicata, spetta all'uomo il compito di semplificarla! Il pluralismo, così come ci è stato insegnato, non è più ermeneutico, ma ontologico. Le cose stanno riacquistando la forza che le interpretazioni le avevano sottratto.
La tua frase: "gli strumenti comunicativi sono non solo il teatro dello scontro tra gruppi sociali. Ne sono anche l'oggetto", diventa: "gli strumenti comunicativi non sono il teatro, sono l'oggetto degli gli scontri sociali". La differenza è sostanziale e ha implicazioni notevoli.

@andreabros sono fondamentalmente d'accordo, ma credo che gli strumenti comunicativi mantengano il loro ruolo ermeneutico, per quanto con le arcinote distorsioni derivanti dalla natura di ogni specifico medium. la proliferazione degli strumenti comunicativi li porta tuttavia a essere, oltre che mezzi interpretativi della realtà (come avveniva già in precedenza), anche mezzi di trasformazione del reale e territorio di scontro sociale.

@dejanna Ciò che contesto è la natura stessa di "mezzo" dei media. In un mondo dove tutto è "mezzo" (l'essere umano stesso è spesso considerato un "mezzo") dire che una cosa è un "mezzo" è non dire nulla di più. Reputo più onesto approcciarsi ai media in maniera "ingenua", come se fossero dei semplici oggetti, di modo che si possano raccontarc per quello che realmente sono e non per quello che dovrebbero essere.

@andreabros dejana...ma vaffanculo tu e il tuo puntiglio filologico :D :D

domenica 20 dicembre 2009

segnali

Mi è sempre piaciuto professarmi come una persona che non crede ai segnali.
Un tipo razionale, analitico. Che legge la realtà attraverso i fatti nudi e crudi, senza lasciarsi influenzare dalle sensazioni o dai pensieri associativi.
Eppure, nel mio intimo, faccio esattamente l'opposto.
Il mio approccio pseudoscientifico, così ostentato nel commentare cose che non mi riguardano direttamente, va a farsi un bel giretto quando si tratta di me.
Così comincio a montare e smontare fatti, contesti, dialoghi per leggerci l'eventuale presenza di un dettaglio sfuggito, di una sfumatura non percepita, di un non-detto significativo, di una manifestazione dell'insondabile.
Rievoco gli odori, i colori, le espressioni, cerco di rivivere le situazioni guardandole dall'alto, dall'esterno, come se fossero le scene di un film.
Non sempre la scena mi piace, ma l'esercizio è utile per creare un quadro diverso dal percepito contingente, per ottenere una gestalt formata da elementi nuovi, e spesso affiorano consapevolezze importanti.
Non sempre l'elaborazione è rapida, spesso bisogna lasciarla decantare, ma poi alla fine il sapore è enologicamente migliore e interpretativamente più chiaro.

Per esempio
-Il tamponamento kamikaze, da me provocato nella giornata di sabato, porta alla luce i seguenti elementi:

necessito di una maggiore quantità di sonno;
alzarsi dal letto di sabato prima delle 13 è un pessima idea;
continuo ad avere scarsa dimestichezza nelle situazioni scivolose;
ho una palese per quanto celata attrazione per la sodomia attiva.

-Il gelo che ha stretto nella sua morsa il paese negli ultimi giorni evoca lo stallo emotivo che ho ormai raggiunto di fronte alla quotidianità. Attorno alla mia voglia di cambiare, di uscire dall'impasse lavorativa, sentimentale, attitudinale, (politica), si è formata una spessa coltre di ghiaccio. Le temperature hanno raggiunto una rigidità sensazionale, mai vista oserei dire. Bisogna tuttavia riconoscere che penna (tastiera), occasionali moti di ribellione giovanile e alcuni spiriti affini si adoperano senza posa e con impegno nell'opera di scalpellamento dell'iceberg. A loro, la mia gratitudine. Nell'attesa di un primaveril disgelo.

-Dopo lunghe ed estenuanti ricerche, scopro che il tarocco dell'innamorato esiste davvero.  Ad esso sono dedicate le restanti righe, nonchè una fragorosa risata.

L’Innamorato, più che una carta che rimanda all’amore, ad esclusione di casi particolari in cui le carte vicine lo confermano, è una carta che rimanda ad una scelta affettiva, all’attesa, a rapporti, quindi, che sono ancora in formazione. Il consultante si trova di fronte a una decisione importante, ma si tratterà di una scelta libera, da compiere in tutta calma, senza pressioni esterne e che, in ogni caso, si rivelerà vincente. Nel momento della scelta è importante affidarsi al sesto senso, all’intuizione, al cuore, cui la carta fa riferimento. Dal punto di vista affettivo rimanda a una fase di infatuazione, contrassegnata da scelte e progetti che coinvolgono un'altra persona; può anche trattarsi di una decisione difficile ma necessaria per mettere fine a uno stato di confusione sentimentale, quindi una scelta fra due persone. Dal punto di vista professionale rimanda all’arte, alla fantasia, a buone idee che devono essere messe in pratica, a una scelta importante da effettuarsi nell’ambito lavorativo che riguarda le proprie aspirazioni.
Rimanda anche a una persona volubile, indecisa ma, in fondo, buona e generosa; può riferirsi a un artista, a una persona creativa ed originale. Può indicare il consultante stesso durante la fase dell’infatuazione oppure un giovane innamorato di età inferiore ai trent'anni.
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