giovedì 17 giugno 2010

vulvuzela

E' lo status symbol del momento. La sua inequivocabile forma simile a una tuba, unita all'irresistibile fascino attrattivo esercitato dall'oggetto, ne fanno un elemento irrinunciabile per l'uomo del terzo millennio. Purtuttavia, tutti se ne dicono infastiditi. Gli uomini, per quel continuo ronzio, costante e mononota, di cui non riescono a cogliere bene il significato. Le donne si concentrano maggiormente nel deprecarne le proprietà riproduttive.
Sebbene le apparenze suggeriscano che siano gli africani a potersi fregiare di una maggiore e consolidata pratica dello strumento, la giustizia divina restituisce a un popolo flagellato la meritata rivincita sui luoghi comuni e sulle troppe maldicenze dettate dall'invidia e dall'odio.
L'orgoglio di una nazione risuona forte e unito dalle Alpi alla Sicilia, da Cologno a Cinecittà, come uno sciame di api operose intente a produrre il miele del loro futuro.

Le vulvuzelas vengono prodotte da un imprenditore bergamasco di Terno d'Isola (Wikipedia)
Ripensandoci, il rumore somiglia decisamente più a quello di una lunga pernacchia.

martedì 6 aprile 2010

when the sun goes down

A volte si tratta di pura necessità. Non è desiderio di fuga, nemmeno snobismo. A chi lo vedesse invece come una forma di autoeroismo qualunquista e da quattro soldi, consiglio di provarci, una volta nella vita, e riparlarne con sé stesso a cose fatte.

Tuttavia, non intendo certo il modo in cui ci si abitua a farlo tutti i giorni. Pettinati benvestiti con gocce di sudore che siamo costretti ad asciugare col fazzolettino, frenetici con l'occhio all'orologio e l'ansia da ritardo (lett.), con un cuore che tambureggia al ritmo delle nostre nevrosi, pompando sangue alternativamente al cervello o al cazzo (perdonino le signore, fortunatamente risparmiate da quest'alternativa -ora che ci ripenso non so quanto fortunatamente) tanto per titillarci i nervi e destabilizzare ulteriormente un umore che non ne avrebbe davvero alcun bisogno.

Ma così come facevamo una volta. E non intendo da bambini, ma sin dall'alba della nostra evoluzione. Liberando sudore e adrenalina. Rilasciando endorfina. Tornando bestie. Il che ha un'accezione positiva, considerando quel che è dell'uomo.

Il corpo inizialmente reagirà con impaccio al cambio di passo. E' come se ti chiedesse: “Ehi, di solito siedo o cammino, come si mantiene quest'andatura?”. Poi il ritmo diventa costante, la fronte s'imperla di sudore. L'istinto animale fa il resto, e senza accorgertene le tue gambe rullano da sole, mentre le braccia assecondano l'armonia del movimento. E' un'armonia unica, nessun uomo ha lo stesso passo di un altro, è straordinario.

I polmoni sono il tuo basso. Il cuore la batteria. Insieme, decidono il ritmo. Immagina il pezzo più veloce ed esaltante che conosci. Coordina il tuo respiro, il tuo passo con i suoi bpm. Vivilo. Inspira, espira, veloce. Allunga i passi. Sei libero.

Poi cammina. Lascia ritornare il respiro e il battito alla normalità, mentre di pari passo, come una colata di lava lenta e inesorabile, i pensieri rifluiscono alla spicciolata, ma densi di significato e di forza. Come quando stai per addormentarti, ma più sereni.

Trova il tempo di scoprire che esistono ancora le stelle. Sdraiati a guardarle. Anche se nel cubicolo in cui ti ostini a vivere, ti abitui a non stupirti più e a guardare solo in basso. Ti abitui a non averne bisogno. A pensare di avere tutto quello che ti serve. Ma comunque non ti basta. E il verme solitario ha sempre fame.

La città è un ippopotamo indolente.
Sazio, ma almeno silente.
Non sei un misantropo. Non detesti la gente
Perlomeno, non tutta. Perlomeno, non sempre.

Solo che a volte, a volte è semplicemente necessario. Perchè certi momenti puoi goderteli solo così.
Solo. Correndo.

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sabato 13 marzo 2010

laconico

Milano. Liquidi primaverili.
Mezzelune parano l'assalto
Suole biforcute lo affrontano temerarie
Ciac Ciac.
Le luci al neon colorano il grigio
Oggetti di comodità offrono rifugio
alla confidenza dell'estraneità
Un viaggio asciuga l'imbarazzo
di un incontro annunciato
e riempie di significato
una domenica del cazzo.

alba

quando le palpebre
sono leggere come carta velina
avvolto nel silenzio indiscreto della notte
scruti l'anima
e sorridi.

points of view

Il semaforo è rosso. Lo sguardo dell'uomo alla guida fissa le case. Costruzioni maestose, seriali, quasi perfette per la sopravvivenza.

Il cane guarda gli edifici mentre si libera dei suoi escrementi nel giardino metropolitano.

La donna lo osserva pensierosa, guinzaglio alla mano.

Stupidi cani, bofonchia l'automobilista fermo al semaforo, occhieggiando distrattamente la scena. Mangiano e cagano, ma che vita di merda è?

Il cane continua a guardare l'edificio: ha finito, scondizola. La donna si china e raccoglie con perizia. Un'ombra di tristezza le vela il volto.

Potevi essere un cane, pensa.

Sarebbe stato tutto molto più facile.

venerdì 19 febbraio 2010

satisfaction

“Scegliete la vita; scegliete un lavoro scegliete una carriera, scegliete un maxi televisore del cazzo, scegliete lavatrice macchine lettori cd e apriscatole elettrici; scegliete la buona salute il colesterolo basso e la polizza vita, scegliete un mutuo ad interessi fissi scegliete una prima casa, scegliete gli amici; scegliete una moda casual e le valige in tinta, scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo, scegliete il fai da te e chiedetevi chi cazzo siete la domenica mattina; scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo d' imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi. Scegliete un futuro scegliete la vita, ma perché dovrei fare una cosa cosi? Io ho scelto di non scegliere la vita…”

Irwin Welsh, Trainspotting

martedì 26 gennaio 2010

quando il tempo impazzì


In principio, fu il giorno.
Poi, la notte.
Andò avanti così per un po'.
Il Tempo e lo Spazio, per gli amici Kronos e Vector, vivevano insieme,  in un loft sul monte Olimpo, soli ma felici, indisturbati e innamorati.
Vector era sempre in movimento, andava in giro per i boschi, preparava succulenti pranzetti a base di geometria euclidea ed era sempre pieno di entusiasmo. Kronos preferiva la vita contemplativa, amava la lettura e passava ore a guardare fuori dalla finestra.
Un triste giorno, Kronos si svegliò e non trovo più Vector al suo fianco.
-Dove sei finito, Vector? gridò piuttosto adirato.
-Sono partito. Quel loft era troppo piccolo per noi due. Avevo bisogno di spazio.
-Ma tu sei lo spazio, idiota.
-Appunto. Ho deciso che per essere felice, dovevo essere dappertutto, e contemporaneamente da nessuna parte.
-Va bene, come vuoi. Contento tu... concluse Kronos, cercando con falsa noncuranza di dissimulare un palese disappunto. -Tanto, io sto bene anche da solo.
Da quel momento Kronos tacque. Le giornate senza Vector non erano più le stesse, ammise a sé stesso. Non che si annoiasse, sapeva di essere un vecchio burbero e l'idea di finire in uno di quei party per titani, così rumorosi e vuoti, gli aveva sempre fatto un certo ribrezzo.
Gli piaceva la compagnia di quel simpatico casinista di Vector, anche se lasciava sempre i vestiti piegati male sulla sedia o appallottolati in cucina. E mai una volta che lavasse i piatti, per Zeus!
-Devo assolutamente trovare un modo per appagare i miei bisogni sociali! -si disse un giorno.
L'idea gli venne, naturalmente, guardando fuori dalla finestra, attività che occupava una grossa fetta delle sue giornate. Si comprò un binocolo, e si mise a osservare quei curiosi esserini che si muovevano sul prato.
Erano davvero strani.

Kronos aveva sempre guardato a quel popolo bizzarro e sottosviluppato con un sentimento di superbo disinteresse. Davanti a lui, quegli insetti erano tutti uguali. Con le loro piccole vite, tutte identiche da secoli, nascita e morte, veglia e sonno, lavoro e riposo. Per non parlare delle loro ridicole necessità corporali! Introdurre solidi e liquidi nel proprio corpo erano attività di per sé umilianti, ma espellerli era davvero il colmo della volgarità. Ricacciò con un brivido di turbamento  il pensiero dei loro accoppiamenti.

Ora che li osservava con il binocolo però, contrariamente a quanto si sarebbe aspettato, iniziava ad apprezzare le diversità, le peculiarità di ciascuno. Rimase talmente conquistato dalla magia della varietà umana, che si sentì in colpa per non essersi mai curato della loro esistenza.

Decise così di chiamare la Fretta, sua vecchia conoscente, per condividere con lei quelle riflessioni. La Fretta era un essere meraviglioso, dotato di una bellezza sfuggente e imperfetta, ma assolutamente sensuale. Kronos le espresse le sue perplessità sul genere umano davanti a un bicchiere di annata, ma lei pareva non ascoltarlo. Lo guardava con aria maliziosa, cominciò immediatamente a fargli delle avances e nel giro di un orologio lo sedusse, naturalmente saltando i preliminari.
Kronos non apprezzò affatto quest'ultimo particolare. Di solito era lui a consumare, in quell'occasione era stato consumato. Si sentiva usato. Non si erano scambiati nemmeno un paio di secondi, per Zeus!

Gli effetti di questo incontro sugli esserini non si fecero attendere.
Il tempo accelerò, sempre di più.
Fu il giorno. Poi la notte. Poi, subito, ancora giorno. Poi notte. Giorno. Notte.
Il sole e la luna si rincorrevano all'infinito. Durava tutto pochissimo.
Non si faceva in tempo a poggiare la testa sul cuscino che si era già svegli. Tutti si scontravano senza posa. Non si arrivava mai in tempo per prendere il pullman. I film al cinema non avevano il tempo di finire che già venivano programmati in TV. Aumentavano a dismisura le donne insoddisfatte.
Una situazione del genere non poteva durare per sempre.
Presto dagli esserini iniziarono a levarsi grida di protesta. Cori e striscioni venivano innalzati contro il tempo, così forti che giunsero fino alle orecchie di Kronos. Questi, ancora alle prese con la Fretta -non sapeva più come sbarazzarsi di quella ninfomane- corse al binocolo e osservò i danni provocati dalla sua distrazione. Uomini stravolti, scomparsa di valori, aziende elettriche in fallimento.
-Fuori di quiiiiiiiiiii, urlò furioso verso la Fretta, lanciando una clessidra verso la maliarda seduttrice. -Dovevo saperlo che era una cattiva consigliera, pensò amareggiato.

Il mondo era al collasso. Gli anni ormai duravano millisecondi. Le imprecazioni della gente non gli arrivavano nemmeno più all'orecchio, se non sotto forma di maledizioni sinaptiche, forma di insulto più veloce dell'universo conosciuto.
Fu in quel momento che Kronos si sentì veramente molto triste.

Stava quasi per piangere dei propri fallimenti, quando bussarono alla porta.
-Toc toc
-Chi è?
-Scusi, il Ritardo.
-No prego entri pure, nemmeno la aspettavo. Vuole dirmi chi è?
-Gliel'ho appena detto, il Ritardo.
-Si accomodi.
-Alla buon ora
-Questo dovrei dirlo io, mi perdoni. Piacere, Kronos.
-Salve. Mi chiamo Ritardo. Vengo sempre 10 minuti dopo.

Kronos rimase disgustato dalla battuta, ma quel giovane brillante gli metteva parecchia allegria. Si sfogò degli umani e della Fretta, mentre sgranocchiavano un paio di cronometri. L'atmosfera era decisamente rilassata, informale, da moltissimo tempo Kronos non aveva più provato quella sensazione di serenità.

-Sappi, vecchio titano – disse Ritardo mentre il giorno e la notte riprendevano la loro durata naturale, i treni si scusavano per il disagio, le donne tornavano ad esultare – sappi che anche se adesso mi adori, mi odierai presto, se non vuoi avere figli!!!
-Ma quali figli, stai scherzando? Ho mangiato quelli della mia ex-moglie, inoltre sono certo che sia anatomicamente impossibile.

Quella volta, per la prima volta, il tempo tiranno diede torto a sé stesso.
E il miracolo della vita sfidò le leggi  della vita stessa.
I piccoli ritardatari nacquero, si diffusero e popolarono quello strano pianeta, riportando la pace e l’equilibrio.
Ora che ne conoscete la vera storia, diffidate da chi disprezza i ritardatari, popolo eletto.